Ricordate la canzone di Michael Jackson Earth Song:
“What about sunrise/E dell’alba che mi dici ?– What about rain /E della pioggia, che mi dici? – What about all the things that you said We were to gain/ E tutte quelle cose che dicevi che avremmo ottenuto? – Did you ever stop to notice/Ti sei mai fermato a osservare? – This crying Earth, these weeping shores? /Questa Terra che piange, queste rive in lacrime? – What have we done to the world? / Che cosa abbiamo fatto al mondo? – What about animals?/E gli animali? – We've turned kingdoms to dust/ Abbiamo ridotto i regni in polvere – What about us?/E noi? – What about elephants?/E gli elefanti?....”
Forse per Nick Brandt è iniziato tutto da lì. Il videoclip di Earth Song di Michael Jackson girato da lui come regista. Si dice che nel 1995, mentre girava il video di "Earth Song" in Tanzania, fu sopraffatto dalla bellezza degli animali selvatici. Forse non solamente dagli animali ma anche dal testo stesso della canzone scritta da Michael Jackson nello stesso anno. Una canzone che parla del dolore che abbiamo procurato alla Terra, di una Natura che abbiamo dimenticato persino di sognare. Forse un dialogo tra due persone che si interrogano su ciò che accade e sul momento in cui abbiamo sbagliato. Forse qualcuno parla all’Umanità intera, o è l’Uomo che si rivolge a Dio?
Forse quell’esperienza ha dirottato Nick Brandt verso l’Africa, la fotografia, il desiderio di esprimere con le immagini la catastrofe a cui stiamo assistendo, una progressiva scomparsa del mondo naturale e della nostra umanità. Sull’impatto devastante delle nostre azioni sugli esseri più vulnerabili del pianeta, persone e animali. Oggi è lui con le sue immagini che parla a noi. Memorabile rimane l’immagine in Amboseli nel 2011 del ranger che tiene appoggiate sulle sue spalle le zanne di un elefante ucciso per mano di un uomo (Ranger con zanne di elefante ucciso per mano di un uomo, Amboseli, 2011 - Across the Ravaged Land). Peccato non fossero in mostra.
Già nel 2023 al festival Visa pour l’Image di Perpignan ero rimasta incantata dal lavoro di questo artista così come oggi nella mostra THE DAY MAY BREAK. LA LUCE ALLA FINE DEL GIORNO presso Gallerie d’Italia.
Forse il suo curriculum ci consente di capire come sia arrivato a realizzare fotografie così grandi e di grande impatto visivo. Un ragazzo inglese che dopo gli studi di pittura e cinematografia presso il Central Saint Martins College of Arts and Design di Londra diventa un regista di video musicali di successo, lavorando con famosi artisti come ad esempio Michael Jackson.
Il lavoro in mostra a Torino di Nick Brandt, con la curatela di Arianna Rinaldo, si distingue per un metodo rigoroso e meticoloso: ogni capitolo è il risultato di mesi di preparazione, pianificazione e collaborazione con troupe che conoscono profondamente i territori e le comunità coinvolte. È lui il regista di sé stesso e mette in scena, animali e persone, come fossero film pubblicitari. Le scene sono perfette in ogni dettaglio. La sua comunicazione sociale si arrende alle regole stilistiche rigorose della comunicazione commerciale. Infatti seguono lunghe settimane di stampa e selezione delle immagini, in un processo volto a stabilire un dialogo diretto e profondo con lo spettatore.
Come a Perpignan le prime due serie, diventate mondiali, sono ritratti di persone e animali vittime del degrado e della distruzione dell’ambiente. Le immagini del “primo capitolo”, “The day may break/Il giorno potrebbe sorgere” (2021), sono realizzate in Kenya e in Zimbabwe, mentre quelle del “secondo capitolo” in Bolivia (2022).
Le fotografie sono state scattate in diversi santuari o aree protette per animali.
Vittime sia della distruzione del loro habitat sia del bracconaggio, la maggior parte degli animali sono sopravvissuti e non potranno più ritornare in libertà. Sono abituati alla presenza umana e quindi non si presenta il rischio che degli estranei si avvicinino a loro per essere fotografati nella stessa inquadratura. La nebbia è creata con l’aiuto di una macchina del fumo installata sul posto a simboleggiare un mondo naturale in via di scomparsa. Richiama anche il fumo degli incendi boschivi, aggravati dal cambiamento climatico, che devastano tante regioni del mondo. Sebbene abbiano perso tutto, queste persone e questi animali sono sopravvissuti. Ed è proprio qui che dovrebbe risiedere la speranza.
Il “terzo capitolo” “Sink Rise / Sprofondare e riemergere” (2023) è stato realizzato nell’arcipelago delle Fiji. Indubbiamente permane l’intenzione di stupire, meravigliare quasi i protagonisti fossero oggetti. Ritratti sott’acqua in pose apparentemente naturali trasferiscono un senso di triste quotidianità. Fanno parte di comunità che nei prossimi decenni perderanno terre, case e mezzi di sostentamento a causa dell’innalzamento del livello del mare.
È tutto magistrale, poetico, di una raffinatezza stilistica ineccepibile. Eppure c’è qualcosa che non torna.
In particolare nel capitolo conclusivo: “The Echo of Our Voices / L’eco delle nostre voci” (2024). Realizzato in Giordania, su commissione di Intesa Sanpaolo, ritrae famiglie di rifugiati siriani costrette a vivere in condizioni di sfollamento permanente.
Le belle foto composte sono il concentrato di elementi selezionati dall’autore con notevole cura. I profughi sono diventati modelli di Vogue, lavati, ripuliti, lucidati, rivestiti con cura ed eleganza su piedistalli costruiti appositamente. Sculture senza personalità, tutti uguali nei loro abiti neri, così rigidi e impostati quasi a voler sovrastare l’imponente paesaggio giordano.
L’artista ha reso oggetti le persone per metterle in una condizione di essere osservate all’interno della fotografia. Quanto sono belle queste fotografie, applaudiamo alla bravura e capacità del fotografo e soprattutto di chi ha commissionato il lavoro: la Banca Intesa San Paolo attenta alla bella fotografia e vicina ai problemi che affliggono il nostro mondo.
Ma alla fotografia si deve aggiungere l’autenticità. Questa parte autentica degli individui – tutti disposti a dichiarare quanto sono stati fortunati ad essere considerati – non la ritrovo. È questo mondo pieno di contraddizioni che sembra essere sostenuto anche dall’invito dell’autore a ricordarci di quanto siamo privilegiati – noi che riusciamo ad essere dentro a Gallerie d’Italia – rispetto alle persone che ci sono nelle immagini. Sembra un meccanismo, per neutralizzare l’impeto ad una rivoluzione, quello di sentirsi in colpa e rimanere tranquilli a rimirare le immagini del più privilegiato di tutti , l’autore, che ha avuto la possibilità di muovere troupe e impianti per riportarci i profughi belli, puliti, profumati.
D’altronde cosa si può dire a Nick Brandt che nel 2010, ha addirittura co-fondato la Big Life Foundation, che si batte per proteggere gli animali e gli ecosistemi di una vasta area del Kenya e della Tanzania? Nulla.
Se non che i profughi hanno dignità, carattere, personalità senza bisogno di voler costruire attraverso la bella fotografia la loro dignità.
Mi sembrano più convincenti e toccanti le parole del famoso Gian Maria Volontè a proposito del cinema che credo calzante anche per il potere straordinario del linguaggio fotografico:
«lo accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un'invenzione dei cattivi giornalisti. lo cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c'è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, cosi come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita”.
Tiziana Bonomo

