Una PIÈCE TEATRALE
Di Domenico Quirico
con Domenico Quirico
con Matilda Zahr
regia e suoni Monica Luccisano
direzione artistica Tiziana Bonomo
fotografie Stefano Stranges
La pièce è un montaggio aspro, sconvolgente di brani attraverso due voci narranti: una voce che arriva dall’antica Grecia e un’altra, di questi giorni, che viene dalle cronache del vicino oriente, dall’America e da Israele.
La prima lettura, dell’attrice teatrale, è tratta dalla tragedia di Eschilo: I Persiani.
Eschilo, drammaturgo greco che partecipa alla battaglia di Salamina del 480 a.c, scrive a distanza di dieci anni la tragedia intitolata «I Persiani» mettendo in scena il popolo che la sua città ha sconfitto e che costituiva, si potrebbe dire mutuando un linguaggio moderno, un pericolo esistenziale. La Persia, una superpotenza, era uno dei più grandi imperi dell’antichità aveva deciso di assorbire la Grecia. Con Eschilo dunque è di scena il nemico ma è un nemico umano, che soffre, che conosce la universale tragedia della guerra, delle persone care che non tornano, delle case vuote. La tragedia impone per un greco del quinto secolo a.c che ha conosciuto la guerra la sospensione di tutte le parole della vittoria. Non c’è spazio per canti di vittoria, la gloria è riflessa solo nella disperazione dei vinti e solo il fato ha impedito il rovesciamento delle parti. Perfino Serse, il re persiano figlio di Dario, il tiranno che ha osato sfidare i limiti imposti dagli dei viene rappresentato nel dialogo con la madre nella sua umanità di vinto anche se si è macchiato di “hybris”.
La sua tragedia diventa la nostra tragedia. Il dolore delle donne persiane che piangono i mariti, delle madri che aspettano invano il ritorno dei figli dei vecchi saggi che compongono il coro diventa il nostro dolore.
La seconda lettura, scritta e letta da Domenico Quirico, è quella che affonda nell’attualità.
Siamo nell’epoca di Trump, di Netanyahu, nel tempo in cui l’odio – non la pietà – è diventato l’insegnamento ufficiale. Il nemico, il persiano, è deriso, vilipeso, assimilato a mostro disumanizzato: si esulta all’idea di annientarlo, di riportarlo all’età della pietra, si contano le teste degli assassinati come trofei da appendere mentre gli innocenti, quelli che subiscono i bombardamenti e che non hanno potere sono entità trascurabili, sotto uomini. Sono i discorsi di Trump i suoi messaggi sui social le interviste, le vanterie omicide di Netanyahu e dei suoi ministri a comporre il testo di una tragedia rovesciata in cui le pulsioni di distruzione e di prepotenza non hanno limiti e le vittime, sono ridotti a bersagli.
Un tentativo di spettacolo totale su quello che siamo diventati l’occidente cha ha tradito la lezioni delle sue origini greche, da Eschilo a Trump, dal dolore dopo la hybris alla hybris senza dolore. Le immagini di Stefano Stranges, fotoreporter, fanno da sfondo con l’intenzione di dare volto contemporaneo ed eterno alle tragedie e alle persone.

