EXODOS

POPOLI IN CAMMINO


In Italia i primi flussi migratori iniziano negli anni ’70. La pancia calda dell’Italia ospitava, tra indulgenza e fastidio, manodopera a buon mercato soprattutto per lavori umili che iniziavano a scarseggiare. Si aggiungono ai tanti dialetti italiani nuove lingue a formare un ventaglio di suoni indecifrabili.

La società italiana, alla fine del secolo scorso, gode ancora di buona salute: la borghesia avanza, gli studenti aumentano, gli operai acquistano diritti, i migranti lentamente si inseriscono nelle nostre case. l’Italia si scopre avvolta dai miti del successo e del capitalismo, da politici che giocano a fare le star hollywoodiane, dal desiderio diffuso di viaggiare verso mete esotiche. Ma è soprattutto l’esotico che arriva a casa nostra con la Grande Migrazione del 2011 legata al periodo delle delle Primavere Arabe nel nord dell’Africa.

Da allora ci siamo talmente abituati alla tragedia dei migranti, in tutte le sue sfumature, da viverla come un dato di fatto, come parte del nostro paesaggio.

Ben venga una mostra come “EXODOS, Popoli in cammino “ per ricordarci cos’è la migrazione, chi è il migrante. Volti, sorrisi, pianti, bambini, filo spinato, abbracci, stanchezza, barche sfasciate, binari ferroviari, battigie, disperazione, poliziotti, divieti, treni. Circa settanta immagini sulla migrazione. Ci muoviamo nella mostra con loro. Scopriamo una tappa di questa esposizione itinerante ad Alessandria, dopo il successo ottenuto a Novara nel mese di novembre, e che nasce dalla collaborazione tra l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e l’Università del Piemonte Orientale.

I migranti ci svelano, attraverso le foto dei fotoreporter, il calvario per arrivare in Italia e quanto accade nei nostri confini, da Lampedusa a Trieste alla Val Susa a Ventimiglia. Un invito a ricordare, a rendere consapevoli in particolare i giovani, della migrazione. Esodo questa è la storia fotografica di un popolo in cammino. 

Una domanda inquieta: abbiamo dunque bisogno di una mostra come questa  per ravvivare la memoria di qualcosa che avviene tutti i giorni. Morti nel Mediterraneo, bambini orfani senza genitori, mendicanti migranti sotto i portici delle città, nelle stazioni, sui social. Quirico ha partecipato al convegno inaugurale incalzando : “Da 15 anni, 15 anni! E tutto è tragicamente immobile: le parole le promesse le accuse le bugie i silenzi le ipocrisie e i migranti. Un popolo senza nome e bandiere che cammina attraversa i mari e i deserti. E muore.”. La migrazione non la vogliamo integrare nella nostra fragile, ipocrita ‘’civiltà’’: eppure sappiamo! Contiamo i morti. Conosciamo le rotte. Dalla Siria attraversano il confine con la Turchia e da lì si dirigono prima in Grecia, poi in Macedonia, e poi cercano di risalire verso la Germania attraverso la Croazia, la Serbia, la Slovenia, l’Austria, l’Ungheria. Oppure dalla Libia e dalla tunisia salpano su caravelle marce e sbarcano in Italia (quando riescono ad arrivare) per poi dirigersi spesso verso il nord Europa, oppure in Francia e ancora in Inghilterra. Altri confini, altre umiliazioni, altri rifiuti.

Chiedo a Paolo Siccardi, fotoreporter, di raccontarmi la sua esperienza di narratore per immagini dell’esodo. “Sono tredici i fotoreporter coinvolti in “Exodos-Exit” quasi tutti torinesi o che vivono a Torino : Marco Alpozzi, Renata Busettini, Simona Carnino, Mauro Donato, Max Ferrero, Mirko Isaia, Giulio Lapone, Matteo Montaldo, Giorgio Perottino, Andreja Restek, Paolo Siccardi, Stefano Stranges, Mauro Ujetto. Il progetto nacque nel 2017 da un’idea dell’Associazione degli ex allievi del Master di Giornalismo Giorgio Bocca di Torino, sostenuta dalla Regione Piemonte e presentato per la prima volta a Torino, nello spazio della Regione di Piazza Castello. Da allora quella esposizione iniziale si è messa in cammino, è diventata itinerante, si è riproposta in molte città, sempre arricchendosi,  documentando nuove realtà di una tragedia che muta, si moltiplica, cambia protagonisti e dolore. 

 Le immagini esposte nel 2017 erano state scattate prevalentemente un paio di anni prima. Oggi la mostra ha una parte storica – quella dedicata alla Western Balcan Route – a cui nel 2024, grazie all’ordine dei giornalisti, è stata aggiunta una parte che racconta le più recenti migrazioni in una sezione intitolata ‘’origini’’, i luoghi  da dove partono  i migranti. Ad esempio sono state inserite  fotografie di Simona Carnino del sud America, le mie in Sud Sudan e di altri colleghi in New Messico. Anche in Senegal con una scena tratta dal film Io Capitano. Come fotogiornalista lavoro da 25 anni sempre e solo per Famiglia Cristiana. Il convegno inaugurale ad Alessandria aveva lo scopo di intrecciare l’urgenza della cronaca, grazie ai reportages dei fotografi, con la profondità della ricerca scientifica di personalità come Telmo Pievani, biologo e il rettore Upo Menico Rizzi.”

I 13 fotografi, noti tutti a livello internazionale,  usano prevalentemente il colore a sottolineare l’intensità e la drammaticità della realtà. L’anno segnato nelle didascalie scandisce una realtà sconfortante: la vita dei migranti nel 2015, ’16, ’17, ’18,’19 .....’26 purtroppo è sempre la stessa. Dura mesi se non anni. L’estenuante viaggio interrotto e ripreso mille volte per mancanza di soldi, per rifiuti alle frontiere, per incarcerazioni, per fame, per dover affrontare migliaia di chilometri. Le immagini di Marco Alpozzi nel Mar Mediterraneo sono impregnate di paura, tristezza, speranza. Come le fotografie di Mauro Donato e Max Ferrero restituiscono gli scontri con le polizie custodi di muri inviolabili. Cime la rete metallica fissata dagli scati di siccardi che segna visivamente il rifiuto. Simona Carnino e Renata Busettini scandiscono  la disperazione, i pianti, la fatica in Sud America.

Allora non parliamo più. Ascoltiamo il silenzio. Guardiamo le immagini. Impregniamoci di quella sofferenza. Apriamo i nostri cuori. Allarghiamo le braccia. Accogliamo. La guerra insieme ai migranti busserà con sempre più rumore alla nostra porta e noi che parliamo, senza essere attrezzati ad affrontare le catastrofi, non sapremo più cosa fare.


Tiziana Bonomo