FRANCO ZECCHIN

UN FOTOGRAFO ITALIANO INCANTA L’OLANDA


Nel week-end a Maastricht non mi aspettavo di vedere al Fotomuseum aan het Vrijthof una mostra del fotoreporter italiano Franco Zecchin iniziata il 27 settembre 2025 con chiusura il 25 gennaio 2026. Zecchin è tra i maestri della fotografia italiana. La sua narrazione risente di una sensibilità nata in Sicilia negli anni in cui la vita era ancora più difficile di adesso Zecchin se pur nato a Milano nel 1953, si trasferisce a Palermo nel 1975, dove diventa fotografo professionista, collaborando con il quotidiano “L’Ora” dove conosce Letizia Battaglia. Lavora sulla mafia, la corruzione politica e le condizioni sociali in Sicilia. Ed è proprio, con Letizia Battaglia, che nel 1977 crea il primo Centro Culturale per la Fotografia situato nel Sud Italia e, nel 1980, è tra i fondatori del Centro di Documentazione contro la Mafia “Giuseppe Impastato”.

 

Life in Sicily è infatti il titolo della mostra a Maastricht. È una esposizione di cinquanta fotografie iconiche in bianco e nero di medio formato (60x80cm.) di forte impatto scattate tra il 1975 e il 1994, nel turbolento periodo in cui la Sicilia era dominata dalla cronaca dei morti ammazzati per mafia, corruzione politica e misteriosi intrighi. Nelle sue foto sconvolge la contrapposizione tra una sensazione di inerzia, rassegnazione, complicità e un’altra invece di allegria quella ingenua dei bambini, delle feste paesane in un clima sociale impastato di morte, di povertà.

Chiedo a Zecchin che cosa possono capire gli olandesi e che tipo di reazione hanno di fronte a queste immagini.

Grazie anche al fatto che ho trovato un giornalista che si occupa dell’ufficio stampa la mostra ha avuto una copertura mediatica altissima con oltre 40 articoli su testate significative. C’è evidentemente un interesse particolare riguardo a questo tema. Inoltre Il direttore del Museo ha voluto abbinare alla mia mostra quella di un altro fotografo olandese Nico Koster, che ha fotografato cose più spettacolari negli stessi anni come ad esempio quelle del celebre momento di pace di John Lennon e Yoko Ono durante il loro leggendario “Bed-In for Peace” ad Amsterdam nel 1969.  I titoli “Life in Sicily” e “Appel en Lennon” convivono nello stesso periodo e l’abbinamento sembra funzionare. Gli olandesi dimostrano interesse verso la mia mostra e forse scoprono ora le ramificazioni e le influenze della mafia anche nel loro paese. D’altronde la mafia investe dove trova terreno fertile sia per questioni di immigrazione ma anche per il mercato finanziario o dove trova delle fessure nella regolamentazione in cui riesce ad infilarsi. In ogni caso il lavoro di fotoreportage fatto in quegli anni lì in Sicilia oggi sarebbe  irripetibile. Una ragione è riferita alla violenza della mafia in quegli anni : c’erano più di 100 morti all’anno. Oggi sono diminuiti e si è passati alla cosidetta lupara bianca. Un’altra ragione è che non esiste più la possibilità di fotografare in quel modo. Con le tecniche investigative di oggi non è più possibile avvicinarsi così tanto agli omicidi. Il terrreno intorno alla vittima deve essere da qualsiasi contaminazione soprattutto dopo il delitto. Sulla scena ci sono solo esperti della scientifica per impedire che qualsiasi traccia esterna possa contaminare la situazione. Oggi il modo per illustrare questi fenomeni è decisamente cambiato. La mia documentazione ha un valore storico che serve non solo a rinfrescare la memoria ma a rendere visibile quel fenomeno della mafia che continua a esistere. C’è interesse a vederla e a gennaio seguirà poi la mostra di Letizia Battaglia. Mi ha stupito il modo in cui questa mostra è stata recepita e continua ad essere visitata con affluenza di pubblico anche se il museo si trova nel centro della città in una posizione strategica anche rispetto ai paesi limitrofi come il Belgio e la Germania.

Chiedo anche com’è stato quel tempo con Letizia Battaglia e cosa avete condiviso il dolore o il coraggio della testimonianza?

Non mi piace dare una visione tragica. Noi abbiamo condiviso la passione per la fotografia, per il teatro, l’impegno sociale e molto altro. Eviterei queste formule drammatiche. Insieme abbiamo realizzato Grandevù grandezze e bassezze della città Palermo, nel 1986, una rivista mensile di cultura e impegno civile dedicata a Palermo. La rivista venne concepita non solo come spazio di informazione, ma come piattaforma culturale: affrontava temi sociali, politici, ambientali, urbani — insomma la “realtà complessa” di Palermo. Un mensile durato due anni al quale collaboravano diverse persone scrittori, fumettisti, fotografi..., un pò satirico ma anche una creazione per la parte intellettuale palermitana. Era per noi e per gli altri fotografi che pubblicavamo una dimensione di libertà. Forse il senso di drammaticità era insito di più in Letizia che ha subito una profonda delusione politica. Ricordiamoci che quando lei è entrata nella giunta Orlando ha dovuto abbandonare il suo mestiere di fotografa giornalista. Si è dedicata molto al suo ruolo di assessore pensando di poter modificare e di migliorare i quartieri più degradati trovando anche una grande gratificazione. Quando si è candidata alle liste europee si è trovata di fronte alle tresche e al potere mafioso senza poter far nulla. Lei ha messo di più nel suo racconto questa dimensione drammatica e frustrante. Il momento della strage di Borsellino e la dichiarazione di Antonino Caponnetto, magistrato che negli anni Ottanta guidò il “pool antimafia”, dopo aver visto la salma di Borsellino, profondamente scosso, disse davanti alle telecamere: È finito tutto! Una frase che restituì sconforto immediato. Questa espressione di disperazione e sgomento naturalmente avvenne per la tragicità dovuta al momento. A caldo era terribile quello che era successo. La differenza con Letizia forse risiede nel fatto che io sono milanese di origine e vivo le situazioni in maniera più analitica mentre Letizia in modo più passionale.

Tu sei considerato uno dei più importanti cronisti visivi dell’epoca sanguinosa della mafia siciliana, fai vedere una Sicilia piegata alla mafia alla criminalità ma non solo. Mostri il lato povero di quegli anni così come l’aspetto religioso fortemente connesso alla povertà. Cosa ti contraddistingue rispetto a fotografi diventati famosi come te vedi Scianna, Leone e altri?

L’unico grande fotografo al quale riconosco una grande qualità innovativa è Enzo Sellerio sia per il periodo in cui ha fotografato che per la sua eleganza. È il migliore riferimento possibile.

Tengo a ricordare che Enzo Sellerio, oltre ad essere editore, con le sue fotografie, in gran parte in bianco e nero, ha raccontato la Sicilia e in particolare la sua Palermo nel dopoguerra, durante il boom economico, offrendo un ritratto realistico e umano della vita quotidiana, delle trasformazioni sociali, delle contraddizioni dell’isola.

Nel libro Continente Sicilia , edito da Postcart, ho scritto un testo per me importante che racconta sia l’esperienza con Letizia in quegli anni e quello che ho voluto accontare della Sicilia. La mafia ha condizionato la vita di quel periodo ma la mia idea non è stata solamente quella di osservare la mafia. La mia intenzione è sempre stata quella di mostrare un insieme della Sicilia e di fare un’analisi sociale. C’è questa dimensione in cui la mia esperienza e il mio vissuto è di una Sicilia che non è fissata su certi stereotipi che ritengo controproducenti. C’è una critica velata al lavoro di altri fotografi che mostra una Sicilia che si riflette in questi cliché di una cultura rassegnata al silenzio all’oppressione. Per me invece è quello di mostrare una contemporaneità che è un insieme di mafia, di antimafia, di feste, di una vita sociale dove tutto è collegato. Molte di quelle fotografie sono state fatte nell’esercizio di un fotogiornalismo e quindi una restituzione di una visione privilegiata di un fotografo che lavora nel campo giornalistico che ha la possibilità di avere un accesso a diversi strati sociali: dalla miss, allo sciopero, alla riunione dei bancari etc...  un tipo di sguardo abbastanza raro. In redazione noi fotografi seguivamo tutto, non solamente la cronaca ma anche la partita di pallone la domenica! Per me la dimensione sociale e politica è primordiale. La prima della sala della mostra si apre con un paper wall sulla “Sagra della sardina” a Mazzara del Vallo e da questa dimensione popolare di festa di condivisione, di partecipazione, di messa in scena che c’è anche la messa in scena del fotografo del modo in cui mi rapporto agli altri.

E l’immagine delle tre donne di fronte al morto ammazzato?

Le tre donne sono vestite a lutto perché otto mesi prima fu ammazzato il figlio implicato nella mafia locale. In quell’immagine le protagoniste sono le donne che si ritrovano ad assistere. È un elemento importante anche quello di riprendere una soluzione individuale piuttosto che collettiva come nel caso delle feste. Considero la fotografia come qualcosa che si attualizza continuamente. Nel museo di Maastricht ho fatto un allestimento in funzione dello spazio e una sequenza e una dimensione delle stampe con un percorso visivo che si svolge in funzione dello spazio. Quando dico che si attualizza e che ogni forma di restituzione può portare a una variazione del percepito. L’idea è quella di consolidare una memoria collettiva di cosa abbiamo vissuto in quegli anni.

Mentre l’immagine icona della mostra e del suo manifesto?

È stata scelta dal direttore del Museo Erik de Jong che arriva dal teatro con la percezione di una dimensione scenografica. Va un pò controcorrente al clichè della drammaticità della Sicilia. Piace.

Piace molto anche a me.

 

Franco Zecchin

A Palermo fa teatro e realizza un film all’interno dell’ospedale psichiatrico della città. Nel 1988 diventa membro “nominé” dell’agenzia Magnum. Tra il 1989 e il 1991 conduce un’inchiesta fotografica sui rapporti tra inquinamento industriale e salute pubblica in Slesia (Polonia). Nel 1991 inizia una ricerca sul nomadismo e l’uso delle risorse ambientali lavorando su una decina di società in diverse parti del mondo. Oggi vive e lavora a Marsiglia dove, insieme alle attività di formazione alla fotografia, continua a esplorare il rapporto tra territorio e pratiche sociali. Le sue foto fanno parte delle collezioni dell’International Museum of Photography di Rochester, del MOMA di New York e della Maison Européenne de la Photographie a Parigi.


Tiziana Bonomo