Logo di "Les Misérables" in stile tipografico, con lettere nere e rosse su sfondo trasparente.

Arrivare ad Arles per i “Rencontres” ricorda un pò quell’inebriante sensazione da bambino per le vacanze estive. Si tratta in effetti di una vera vacanza nella fotografia con le sue 47 mostre, di cui 11 nell'ambito del programma Arles Associé (raccoglie le mostre partner situate all'interno della città di Arles), 12 mostre del Grand Arles Express (la rete gemella che si estende fuori città, portando le mostre del festival nelle località e nei musei limitrofi di tutta la regione come Nîmes, Marsiglia, Avignone e Aix-en-Provence). E poi 28 sedi espositive, 400 artisti, 30 curatori, oltre 12.000 m2 di superficie espositiva (esclusi Arles Associé e Grand Arles Express). Per non citare i “Rencontres Off!”.

Ad Arles sono proprio i “rencontres”, gli “incontri”, che fanno da cerniera tra una mostra e l’altra, tra una pausa di ristoro e l’altra, tra una proiezione, un convegno, la presentazione di un libro o l’inaugurazione in una galleria. Gli incontri sono l’anima di Arles soprattutto durante la settimana di apertura: 22.000 visitatori, circa 6.000 spettatori alle serate al Théâtre Antique, 590 giornalisti francesi e internazionali.

Incontrare qualcuno che si conosce ad Arles è scontato ma è, spesso, anche una sorpresa come nel “rencontre” con Veronique Ellena: fotografa francese (1966) le cui opere sono entrate a far parte di importanti collezioni pubbliche e private come quella dello stilista Christian Lacroix. La sua collezione è in mostra al Musée Réattu dal titolo «Christian Lacroix – Collectionneur de photographies ». È proprio Veronique che racconta del suo rencontre con Lacroix avvenuto nel 1995. Come “mecenate” della galleria che la rappresentava ha iniziato ad inserire delle sue opere nella collezione così come quelle di altri giovani promettenti artisti. È sempre lei che spiega del rapporto che lo stilista ha avuto con il Musée Réattu. Per lui, nato e cresciuto ad Arles, il museo è stato un vero e proprio luogo d'ispirazione e rifugio fino a quando nel 2008 Lacroix ha investito molto e lo ha trasformato in uno spazio contemporaneo di arte e design. In questa mostra Lacroix ha deciso di esporre le fotografie della sua collezione a fianco delle opere classiche del Museo in un fitto dialogo visivo tra antico e contemporaneo. La sua collezione abbraccia uno spettro estetico piuttosto ampio, che si estende dalle scene di vita quotidiana di Véronique Ellena e Guillaume Janot alle prospettive poetiche e stravaganti della fotografia di moda di Sarah Moon o Grégoire Alexandre.

Veronique Ellena con il suo sguardo contemporaneo era già stata inserita nella mostraRitratti. Collezione Florence e Damien Bachelotdel 2025 al Museo del Risorgimento a Torino con “Les invisibles”. Lì il miorencontrecon l’artista.

Tiziana Bonomo

ARLES 2026 _ Les Rencontres

Ad Arles ogni mostra è una storia ogni incontro un’immersione in sotterranee altre storie di fotografia.

È avvenuto anche con Federico Montaldo, titolare dell’Archivio Saglietti, che mi ha indicato quella – e confermo – imperdibile! di Alain Keler: Rétrospective. Keler membro dell'agenzia MYOP dal 2008. Un tuffo nel mirabile bianco e nero di un fotoreporter di gran classe. Questa retrospettiva svela per la prima volta l’essenziale della sua opera: dalle sue immagini giovanili ai grandi reportage per Sygma e Gamma, dalle serie a lungo termine sulle minoranze dell'ex blocco comunista o sulla discriminazione dei Rom ai racconti familiari.

Vincitore del World Press Photo nel 1986 e del Premio W. Eugene Smith nel 1997, Keler esplora senza sosta le risonanze tra memoria collettiva e storie personali. Keler percorre, da più di 60 anni, il mondo con i suoi trambusti. Le sue fotografie ci interrogano ci fanno riflettere sull’umanità esattamente come quelle di Ivo Saglietti. Li accomuna un’epoca in cui lo sguardo racchiude rispetto, armonia estetica, visone in bianco e nero per rincorrere la luce e l’ombra e poi camminare continuamente per scoprire realtà diverse, per testimoniare ciò che ai più è impossibile vedere.

Ben rende la frase di Paul Éluard, Donner à voir (Dare a vedere) all’ingresso della mostra: «I miei occhi, oggetti pazienti, erano per sempre aperti sulla distesa dei mari in cui mi annegavo. Infine una schiuma bianca passò sul punto nero che fuggiva. Tutto si cancellò.»

Dal tuffo nella Storia del Sud America, dell’URSS, dell’Africa per immergersi nella storia della fotografia con un soggetto insolito.

Un’altra mostra collettiva MODÈLE ANIMAL 200 ANS DE PHOTOGRAPHIE. Una mostra ipnotica – nonostante la grande quantità d’immagini – che invoglia a guardare cosa c’è dopo le prime fotografie e poi dopo ancora e poi dopo ancora: fino alla fine. Dalle microfotografie di Auguste Bertsch nel XIX secolo alle immagini di Martin Parr ed Elliott Erwitt che rivelano la complicità tra umani e animali, dai collage di Peter Beard che intrecciano racconto personale e preoccupazioni ecologiche alle delicate osservazioni di Rinko Kawauchi e alla contemporanea Simona Kossak.

Mettendo in luce la presenza predominante dell'animale nell'immaginario collettivo, le fotografie – tutte di eccellente qualità – riunite in questa mostra compongono un panorama visivo di straordinaria varietà e invitano a ripensare i confini tra l'essere umano e l'animale, tra lo sguardo e l'immagine, tra la realtà e la sua rappresentazione.

Ho finalmente ritrovato un altro fotografo francese della collezione Bachelot: Smith (1985)! In mostra con la serie Dami avviata nel 2022 durante una residenza artistica allo Château Palmer, l’artista-ricercatore SMITH propone un’esplorazione visiva e sensoriale del vivente, esplora la connessione e la coabitazione tra il mondo visibile e invisibile, l'umano e il non-umano. I termogrammi (fotografie a infrarossi) di SMITH sono assolutamente innovativi, le sue rappresentazioni di animali, dalle forme spettrali ci invitano a trasformare il nostro sguardo e a un cambiamento di paradigma.

E poi ci sono gli incontri con autori che meriterebbero di essere più conosciuti come Pentti Sammallahti che già nel 2005, l'Association du Méjan aveva presentato per la prima volta ad Arles. Sammallahti un enfant prodige la cui vocazione scatta, a soli 11 anni, dopo aver visitato l'iconica mostra itinerante The Family of Man di Edward Steichen a Helsinki.

La svolta decisiva avviene nel 1991, quando lo Stato finlandese gli assegna una straordinaria sovvenzione ministeriale della durata di 15 anni (poi estesa a 20), pensata per permettergli di concentrarsi unicamente sulla sua arte. Sammallahti lascia l'insegnamento e inizia a viaggiare come un nomade: attraversa le remote repubbliche post-sovietiche, la Siberia, l'Irlanda, il Giappone, l'India e il Sudafrica, catturando paesaggi minimalisti e silenti, spesso invernali.

Scorrendo immensi territori, spesso isolati, Pentti Sammallahti lascia libero sfogo alla sua ricerca di contrasti sottili, usando il formato panoramico di cui è uno dei maestri indiscussi. L’artista racconta pudicamente: "Trovandomi su un'isola rocciosa, mi è improvvisamente apparso che la Terra non fosse rotonda, e ho deciso di non muovermi. Ho improvvisamente compreso ciò che mi dicevano la pietra accanto a me, la barca sulla riva, la nuvola che navigava nel cielo e la scrittura in punti salienti degli uccelli migratori... Ho capito allora che le fotografie non si scattavano, ma si ricevevano".»

E noi ad Arles incontriamo le sue immagini che lo rendono uno dei più grandi maestri della fotografia finlandese contemporanea.

Con l’immagine della bambina e il cane di Sammallahti si chiude questo reportage ad Arles ai “Rencontres” con l’invito a scoprire le tante mostre fino al 5 ottobre che come dice Catherine Pégard Ministra della Cultura in Francia: “Alla luce del Bicentenario della Fotografia che celebreremo quest'anno in Francia e all'estero, il Ministero della Cultura, promotore di questa celebrazione, invita tutti i visitatori a cogliere questa mano tesa che viene loro offerta dai Rencontres. Affinché la fotografia non sia soltanto guardata, ma vissuta – e continui a formare sguardi liberi.»